L’uomo che ripara le donne

La scorsa settimana ho conosciuto John Mpaliza. E’ venuto a fare colazione da me assieme alla mia amica e collega Stefania. Avevo cucinato una torta. Abbiamo passato tutta la giornata assieme incontrando i giovani della città nelle scuole e nelle piazze per denunciare la situazione congolese.

Anna Zanellato e John Mpaliza a Vicenza per la pace

John è un ingeniere informatico italiano originario del Congo. Da quando nel 2009 è tornato nella sua terra natale per visitare la sua famiglia d’origine si è reso conto che c’è qualcosa che non va: il silenzio su una guerra civile che devasta la popolazione locale da 20 anni. La Repubblica “Democratica” del Congo è un ricchissimo paese grande 8 volte l’Italia. John dice che “Dio aveva una cesta sulla testa piena di ricchezze, ma giunto in Africa è inciampato sul Kilimangiaro sparpagliando tutto ciò che aveva in Congo”.
Questo è il problema del mio popolo: la ricchezza“.
La situazione si è aggravata da quando nel mondo si è diffuso il bisogno di una materiale speciale per l’industria dell’elettronica che viene estratto nelle cave a cielo aperto congolesi: il COLTAN acquistato lì a 20 centesimi al chilo (e qualche carico d’armi), viene rivenduto in Europa a 600 euro al chilo. “Non è forse un furto?” ci chiede John.

John marcia per sensibilizzare l’opinione pubblica, esige la tracciabilità dei materiali dell’hi tech, vuole che questi non giungano in occidente dalle zone di guerra congolesi. Perchè sono i bambini rapiti o orfani i migliori minatori e bambini sono anche i soldati che li controllano. Intere aree ricche di materie prime vengono saccheggiate allontanando la popolazione locale utilizzando soprattutto lo stupro sulle donne come arma di guerra e di pulizia etnica.

Una donna violentata, oltre ad essere una vittima di una violenza fisica e di un trauma psicologico gravissimo, non è più accettata dalla famiglia d’origine ne’ desiderata come potenziale moglie. E’ macchiata, segnata, sporca. Intoccabile. Questa è la classica modalità con cui si allontanano le donne dalle popolazioni locali e, se nessuna donna è degna di essere sposata, qual è il futuro per quel villaggio?
Si smembrano le famiglie. Il tessuto sociale viene distrutto.
Alcune di loro si suicidano.
E spesso i figli saranno quelli degli stupratori: per questa ragione si parla di pulizia etnica.

Lo stupro non è quindi solamente uno dei tanti fatti gravi che possono avvenire durante una guerra. Una violenza spontanea. La violenza sessuale è pianificata. E’ una strategia. E’ quindi un crimine contro l’umanità.

In Congo la situazione è ancora più drammatica. Lo stupro viene organizzato dalle milizie anche perchè è l’arma più economica. Molte donne vengono rapite e accompagnano i soldati come fossero uno straziante bordello itinerante.
Si tratta di una violenza incredibile: lo scopo è rendere le donne sterili devastando i loro apparati genitali. Sono comuni stupri di gruppo e con oggetti: vogliono lancinarle. Usano gli acidi per bruciare le vagine. Sparano sulle vulve. Diffondono l’AIDS. Generano fistole e incontinenza nelle donne di tutte le età, non più capaci di trattenere la pipì.
Non più in grado di vivere.

Anche la sorella di John è sparita. Ed anche almeno dieci delle sue cugine.
Sperano che siano morte.

Ancora oggi, le nuove vittime sono circa 7 al giorno“: ad affermarlo di recente è stato il dottor Denis Mukwege, il ginecologo che dal 1999 nell’ospedale Panzi della città di Bukavu si impegna a curare queste donne ed è stato perciò candidato anche al Nobel per la Pace.

E’ lui l’uomo che ripara le donne in Congo. All’inizio voleva aprire una casa maternità per far nascere in sicurezza i bambini. Poi si è reso conto che la richiesta silente era un’altra: le donne vogliono tornare a vivere. Volevano essere ricucite.

Mukwege denuncia ciò che accade nel suo Paese, per questo è stato anche attaccato. Ora vive praticamente rinchiuso in ospedale e le stesse donne si turnano per fargli da guardia del corpo.

Una piccola storia positiva in un mare di atrocità.

Un orrore di cui ognuno di noi ha un souvenir: lo stai guardando in questo momento.

 

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