Comincia con giochi da maschio e giochi da femmina. Colori da maschio e da femmina.
Come fosse un serpente incantatore, che ti fa volere quello che lui vuole.
Ti fa scegliere quello che lui, strisciando, ultimo degli animali, ha proposto a te: la maglia della tua squadra preferita o gli ombretti serie limitata.
E tu alla fine cogli la mela. E la offri, assumendoti la responsabilità di essere stato tu.
Finisci col credere che da sempre eri tu a volerlo, un tuo latente desiderio inespresso. Sei tu in fondo che lo hai sempre voluto.
Solo che un giorno, ti guardi e scopri la tua nudità. Scopri che qualcosa serpeggiava, ha definito cosa eri tu. Ed adesso, che hai occhi nuovi, chi sei?
Giovedì ho condotto la serata sulla costruzione delle identità sessuali per il percorso L’Amore ViGiova assieme alla collega Stefania.
Il progetto nasce da una tavola dei lavori ricca di personalità differenti (e discussioni frequenti), ma abbiamo voluto parlare della costruzione delle identità personali, che ognuno di noi affronta continuamente nella propria vita.
Proprio questa lotta, che mai sembra avere fine, ci accompagna, facendoci percepire sempre lacunosi nella definizione di noi stessi. “Siamo in cammino” sembra essere l’unica risposta possibile. A volte può risultare difficile perchè è faticoso rivalutare chi siamo alla luce delle situazioni che ci mettono nella condizione di dover scegliere. E’ come se nella nostra testa spesso comparisse la domanda:
“…ma se io fossi me, cosa farei in questa situazione?”.
Ridicolo, ma reale.
Cercavo il materiale adeguato alla serata finchè non sono inciampata in una presentazione degli studenti per il corso di Psicologia delle Influenze Sociali della prof.ssa Volpato.
Avete presente quando fate una cosa per l’università e pensate “tanto poi non la vedrà più nessuno!”. Beh… no.
Non solo l’ho vista, ma mi è anche piaciuta! Al di là della prima analisi statistica, forse un po’ tecnica, guardate dalla slide 19 in poi. Gli studenti Belloni, Busdon, Carradori, Cesati e Redaelli hanno analizzato le pubblicità Rai2 di ogni sera per una settimana e hanno analizzato cosa vediamo. Guardate come vengono utilizzate le attrici donne per vendere le auto.
Eppure…
Mi chiedo cosa pensino gli uomini del loro obbligo sociale di conoscere tutte le caratteristiche delle auto. Possono decisamente infischiarsene ed andare in bicicletta?
Ed ancora, possibile che gli uomini in cucina siano solo “grandi chef” o, in alternativa, “impediti totali”, capaci solo di promuovere i 4 Salti In Padella e di svenire con 37,2 linee di febbre?! Anche l’uomo non ha diritto di altre immagini più normalizzanti a cui fare riferimento?
Gli studi sui generi si occupano di questo genere di cose.
Questo è ciò che serpeggia, riusciamo a guardarlo con occhi critici? Con occhi che ci permettano di capire quali sono le spinte che ci giungono dall’esterno e quali invece vogliamo assecondare dall’interno?
Vorrei un mondo di individui consci, “nudi”, nel quale ognuno è fedele a se stesso.
Vorrei un mondo di persone consapevoli che le mele sono state loro offerte, ma mai avrebbero pensato di mangiarle prima di quel momento.
Vorrei un mondo di persone che sappiano cogliere la propria responsabilità di aver comunque colto quella mela, ed averla riproposta, a volte in maniera ossessiva, a chi sta loro attorno. Ai figli, agli amici, ai propri animati.
Cosa stai offrendo agli affamati?
Ma se tu fossi in te, ed ora che hai aperto gli occhi sullo strisciante modellamento dei generi maschile e femminile lo sei, cosa offriresti come modello alle persone che ti stanno vicino?
In questi giorni molto fa discutere la nuova produzione video de The Guardian, il quotidiano britannico, che ha deciso di aggiugere alla sua versione digitale una serie di video dedicati ai genitali femminili. Direi quasi un giornalismo d’inchiesta!
Infatti la giornalista inglese Mona Chalabi e la regista statunitense Mae Ryan cominciano un viaggio di esplorazione per rompere i tabù sul sesso femminile, parlando di anatomia, mestruazioni, orgasmo ed educazione sessuale.
“Molte donne non si sentono a proprio agio con il loro corpo. E molte non lo conoscono abbastanza”, dice Mona, in dialetto veneto un nome che fa da garanzia.
Mixano incredibilmente i modi per parlare dei genitali femminili: accostano la neuroscienza all’arte, partecipano alle riunioni e creano focus group, fanno interviste a donne e uomini di ogni età e si raccontano in prima persona… in un calendoscopio di possibilità… purchè se ne parli!
Mi piace la modalità di presentazione delle tematiche del femminile perchè non giudicanti. Si tratta di allargare le conoscenze, aumentare la propria capacità critica di saper prendere delle decisioni a proposito della propria salute genitale.
Direi di un femminismo di seconda generazione, quello che cerca consapevolezza del femminile ed assunzione di responsabilità, piuttosto che un nemico contro il quale battersi.
Nel primo episodio Mona e Mae vanno in giro per New York con una vulva gigante, incontrano una ginecologa, una chirurga specializzata in plastica vaginale e una donna transessuale per cercare di conoscere l’anatomia femminile e capire perché fa ancora tanta paura.
Qui potete trovare, tradotto da L’Internazionale, il primo episodio sottotitolato in italiano ed, a seguire, gli altri tre.
E’ partita la nuova edizione delTo Human Skills a Vicenza. 26 ragazzi si sono iscritti al pecorso e li abbiamo incontrati per la prima volta venerdì.
In questo weekend invece saremo in grotta, al Buso della Rana, per fare una formazione un po’ diversa dalle altre!
Ecco quindi la quarta ed ultima parte che ci ha accompagnati a novembre alla serate di presentazione della teoria che circonda il To Human Skills… ed io ho analizzato l’importanza del gruppo. Le parti precedenti le trovate nel blog.
L’autostima sappiamo essere la misura di una differenza: la differenza tra ciò che sono io e ciò che voglio essere. Come posso raggiungere ciò che voglio essere? Nelle relazioni interpersonali per poter cambiare so che è possibile condurre delle scelte personali perché il confronto personale con l’altro mi insegna che io sono artefice del mio destino. E’ possibile modificare un aspetto della vita con l’impegno individuale. Dopotutto è un mondo giusto che saprà ricompensare gli sforzi personali.
Diversamente accade nelle relazioni tra i gruppi dove per modificare la propria posizione l’individuo deve operare come membro del gruppo per operare un cambiamento sociale. Questa percezione si chiama esperienza di destino comune. L’impressione mentale di un’appartenenza ad un gruppo sottende che solo attraverso un cambiamento di massa, una rivoluzione, solo allora potrà esserci una modificazione di un aspetto della vita. Questa percezione ha una conseguenza davvero notevole perchè porta anche ad assumere comportamenti conformi al gruppo nel quale ci si identifica fortemente accentuando gli stereotipi d’appartenenza e depersonalizzando se stessi a favore del gruppo. La lotta per il cambiamento deve essere giustificata con la totale adesione al gruppo che sta operando una modificazione: gli investimenti personali fatti per la conquista del mutamento devono essere senza dubbi, non è possibile che sia presente il dubbio che io faccia parte o meno del gruppo per il quale sto facendo dei sacrifici.
Nonostante l’individuo si pensi come appartenente a più gruppi contemporaneamente solo un’appartenenza alla volta è significativa nel pensiero poiché il concetto di sé deriva dal contesto: il sé sociale deriva dalla categoria sociale più saliente in quella situazione. Questo significa che l’ambiente rende più sensata un’appartenenza rispetto ad un’altra: in famiglia mi sento moglie, al lavoro mi sento libero professionista, in viaggio in Africa mi sento bianca, nel negozio di abbigliamento mi sento donna, … Così facendo più gruppi sono contemporaneamente positivi.
Esistono tre macro livelli per la categorizzazione di sé: il livello personale, l’identità sociale e l’identità umana (con cui concluderò questo contributo).
Come abbiamo detto il bisogno di sé positivo distorce il nostro confronto intergruppi attribuendo positività alla nostra appartenenza. La ricerca di valore è una forza molto importante che dobbiamo saper sfruttare con i gruppi dei quali siamo animatori. Infatti se fino ad ora abbiamo considerato i bias come degli errori del pensiero è necessario che comprendiamo che sono degli strumenti necessari ed utili alla persona. La volontà di appartenere a gruppi positivi è un’energia vitale! La crescita personale continua di minori ed adulti significa anche cercare di entrare in gruppi che sono considerati dall’individuo come positivi per generare un’autostima positiva. Ogni persona vuole il meglio da sé: qual è una potenza più grande?
Questa risulta essere una sfida per i gruppi condotti da animatori. Il gruppo d’appartenenza pertanto deve essere attraente. Deve avere un’aura di prestigio e valore. Deve essere un gruppo che porta valore nella vita di chi decide di appartenervi. Il gruppo ha la forza di rispondere alle domande esistenziali dei suoi membri per il solo fatto di essere un gruppo di persone che affronta situazioni condivise. Infatti il confronto interpersonale, il pubblico di coetanei che ascolta la narrazione, l’osservazione delle differenze minime personali sono intrinseche nelle relazioni e si moltiplicano nell’appartenenza ad un gruppo. Ma la relazione non è il solo vantaggio. Dobbiamo dare importanza all’appartenenza prestigiosa perché nella società attuale molte sono le offerte che vengono fatte ai ragazzi e i gruppi possono soffrire della competizione con altre agenzie più o meno educative o d’intrattenimento. Dobbiamo fare surf sulla voglia intrinseca dell’uomo di essere sempre migliore e cavalcare le onde del mondo liquido. E’ necessario offrire loro questa possibilità ed incitare il cambiamento verso il bene ed il bello dato dalla rivoluzione che ogni gruppo può attuare.
In conclusione sappiamo perché l’individuo ha necessità di appartenere: gli è necessaria per la definizione di sé.
Come possiamo sfruttare questa conoscenza per migliorare il sistema? Categorizzarsi come Uomo e Donna del mondo uniti per un cambiamento verso il positivo. Non è forse questa la vera human skill? Il cammino indicativo vuol far percepire il gruppo di appartenenza come molto ampio e sempre più connesso all’identità umana che deve essere facilmente accessibile nella mente di ogni individuo. Voler sentirsi parte di qualcosa di grande. L’accessibilità cognitiva deriva da tre variabili: la consapevolezza personale dell’appartenenza data dalla riflessione narrativa di sè, la positività relativa del gruppo se confrontato con altri gruppi ed un forte investimento emozionale.
Prendiamoci questa responsabilità. Questo è il prestigioso mondo degli Uomini e delle Donne.
Vuoi farne parte?
Gli spunti teorici di questo contributo sono elencati di seguito: Processo di categorizzazione sociale (Doise, 1976) Teoria del confronto sociale e della dissonanza cognitiva (Festinger 1954, 1957) Teoria dell’identità sociale (Taijfel 1978) Teoria della categorizzazione di Sé (Turner et al., 1987)
Il weekend passato è stato davvero noioso: influenzata in panciolle sul divano.
Ho cercato di intrattenermi sperimentando con la Pasta Madre e mi sono guardata qualche programma tv in streeming (perchè da qualche anno non ho la televisione).
Così ieri sera ho seguito “Islam, Italia” di Gad Lerner. Un programma che vorrebbe parlare di integrazione. Gad è libanese e ieri, forse per onorare la Giornata contro la Violenza sulle Donne, parlava del corpo femminile nel mondo mussulmano.
La mia recensione? Sarò breve: mh.
Il programma integrale (e senza pubblicità) lo trovate QUI.
E’ stata intervistata da Gad la presidente dei giovani mussulmani in Italia: Nadia Bouzekri, una sgaissima ragazza di 24 anni, studentessa fuori sede che indossa il velo. Gad insisteva nel voler sapere se la sua religione le impediva di essere una ragazza normale che va in discoteca a ballare con gli amici. Nadia gli ha risposto che lei in discoteca non ci va, non le interessa, non le piace l’ambiente, piuttosto va a cena fuori o fa delle feste in casa con le amiche. Gad le ha risposto che è anacronistica.
Anacronistica: come fai a dire ad una ragazza di 24 anni che è anacronistica solo perchè non va in discoteca il sabato sera?
Se fai vedere le coscie sei una poco di buono, se ti copri sei una sfigata.
Se hai dei flirt sei facile, se non li hai sei “ridicola, anacronistica, arcaica, espressione di una cultura lontana con retaggi del passato che limitano la libertà” come dice Gad ad una ragazza di 24 anni.
Ed io, nel divano da due giorni mi sento ridicola/sfigata/arcaica: perchè non sono uscita ad ubriacarmi e far vedere le mie tette?
E se facesse un programma “Cattolicesimo, Italia” sarebbe in grado con la stessa sfacciataggine di dare delle anacronistiche alle giovani suore col velo o, addirittura, alle suore di clausura.
La mitica Nadia risponde a Gad che forse è facile ideare che ci sia una figura mitologica del padre dittatore piuttosto che ammettere che una ragazza di 17 anni fa una scelta di vita. Lei parla di libertà di espressione di essere mussulmano e italiano. Aggiunge specificando che è un problema di identità. Pluralità di identità. I mussulmani non sono una categoria a sè, ma ci sono mussulmani italiani.
Non c’è lo stampino del giovane mussulmano, dice Nadia.
Detto questo, ecco la teoria (ndr. Fortemente consigliata a chi prepara programmi televisivi che vogliono portare a delle riflessioni sull’identità):
Le parti per il tutto: l’individuo per il gruppo.
Come creo la mia identità attraverso il confronto con gli altri?
Il mondo che ci circonda ci vomita milioni di informazioni continuamente, ne siamo schiacciati, ci scivolano via. Come possiamo confrontarci con l’altro, con il gruppo, con la società se non la comprendiamo? L’importanza di comprendere l’ambiente per decifrare noi stessi necessita quindi di un mondo semplificato, in cui le informazioni non sono grezze ma predigerite: organizzare cerebralmente le informazioni significa collocarle in immaginarie scatole ordinate ed in seguito attribuire a queste scatole un’etichetta.
L’etichetta deve essere funzionale ed utile quindi molto semplice, basica, simile ad uno stereotipo: funzionano molto bene quindi le etichette sociali legate al colore della pelle (bianco/nero), al sesso (maschio/femmina), all’età (bambino/anziano) … un congolese e un dominicano sono sempre classificati come “neri”, nonostante possano essere un africano ed un americano perché “nero” è più facile da ricordare che non la nazionalità. Il colore è immediato, l’elenco degli Stati del mondo no. Questo lavoro mentale di organizzazione è necessario per non vivere nell’anarchia totale delle informazioni: è necessario etichettare, non si tratta di semplici pregiudizi ma di sopravvivenza! Dobbiamo cognitivamente dividere per categorie organizzate gli eventi, le informazioni, gli oggetti ed anche le persone. Solo dati organizzati in maniera semplice possono poi essere richiamati alla mente ed utilizzarli. Se ogni informazione fosse per noi totalmente nuova non sapremmo come poterci comportare per rispondere con un comportamento adeguato alla novità. Dobbiamo così trovare una similitudine, una somiglianza anche a grandi linee, che ci permetta di sapere cosa fare, cosa pensare, senza perdere troppo tempo: “la prof. Rossi è un’insegnante -> le darò del Lei”.
L’etichetta è una rappresentazione mentale semplificata a cui è aggiunto un giudizio di valore dato dalle emozioni che suscita. Perché un’etichetta sia importante per la mente deve essere anche emozionante ed in questo senso attivante perché significativa. Questo significa categorizzare ed avviene per ogni informazione, anche per quelle di contesto sociale e di relazione.
Perché le categorie sociali funzionino è necessario che siano chiare nella mente di chi le pensa: ogni scatola deve essere molto omogenea al suo interno e significativamente differente dalle altre scatole perché non ci si possa confondere. Se ci fossero degli errori il sistema crollerebbe e non saremmo in grado di rispondere anche alle più semplici richieste ambientali. Le categorie di persone sono percepite come gruppi stereotipici. Ogni individuo enfatizza quindi le somiglianze intragruppo e le differenze intergruppi. Questo significa che ogni categoria è esagerata per quanto riguarda le similitudini percepite riguardo l’interno: ad esempio “le donne sono tutte uguali”. Le persone compiono questa operazione mentale senza esserne consci, si chiamano bias semplificatori. Un bias è un errore sistematico, è una distorsione, è un giudizio di pensiero sviluppato sulla base di informazioni che la persona aveva precedentemente in possesso perché immagazzinate nella mente, ma non necessariamente vere in questo specifico nuovo caso. Il cervello infatti farà apparire tutti i “neri” come simili tra di loro e molto diversi dai “bianchi”, l’essere africani o americani non fa differenza.
Questo processo di categorizzazione è molto importante perché è contemporaneo alla definizione di sé: ovvero ogni persona contemporaneamente valuta se stessa in quanto appartenente ad una categoria-gruppo piuttosto che ad un’altra. Un individuo può collocarsi contemporaneamente in più gruppi di appartenenza (femmina/maschio; italiano/straniero; educatore/educando…). Ogni persona si categorizza.
Gli individui per valutare le proprie caratteristiche psicologiche (opinioni, competenze sociali, credenze, ecc.) si confrontano con altri individui (confronto sociale), che quindi costituiscono il «modello», ovvero il termine di paragone. Per salvaguardare la stima di sé si scelgono quindi «modelli» simili. La mente è pigra: per questa ragione è più facile paragonarsi a soggetti appartenenti al proprio gruppo con abilità e caratteristiche non troppo diverse dalle proprie. Un altro bias di pensiero vuole che le persone siano naturalmente portate a preservarsi. Per questo cercano di non mettersi troppo in discussione, ma di cogliere gli aspetti positivi di se stessi piuttosto che quelli negativi. Pertanto le categorizzazioni non sono prive di giudizio di valore o prestigio, ma sono confrontate tra di loro. Esistono gruppi giudicati più prestigiosi, oppure con valori più alti, e “fatalità” ne facciamo parte. Siamo sempre dalla parte dei migliori, per una qualche ragione che il nostro cervello ci fa considerare come importante.
Dobbiamo essere tra coloro che hanno un buon valore, altrimenti la nostra stima di noi subirebbe uno smacco troppo elevato che non sapremmo gestire.
Di conseguenza, nel confronto tra i gruppi sociali, si evidenzia la differenza con i gruppi dei quali non facciamo parte al fine di sottolineare la specificità positiva del proprio gruppo, e quindi di sé. Se noi abbiamo forti valori o prestigio allora loro non li devono avere. Noi siamo quelli buoni, impegnati, integri mentre loro sono snob, egocentrici, indecisi. Tutti coloro che non appartengono al nostro gruppo allora sono categorizzati e giudicati come appartenenti a gruppi inferiori. Però, c’è sempre un però, le categorie a cui apparteniamo possono cambiare in base al contesto: lo spiego nel prossimo paragrafo.
Pertanto, riassumendo, il desiderio di comprendere e valutare se stessi avviene attraverso la fase di categorizzazione a cui si aggiunge quella di confronto sociale (giudizio di valore e prestigio dato dal confronto intergruppi).
L’esito crea la nostra identità sociale, che è una parte sostanziale della nostra autostima. L’identità sociale risponde alla domanda “chi sono io?” perché ci permette di soppesarci attraverso il confronto con il gruppo di appartenenza ed anche con i gruppi nei quali non ci sentiamo di appartenere.
Venerdì al To Human Skills Theory abbiamo raggiunto il sold out. Anzi, lo abbiamo raggiunto più volte perchè avevamo deciso di allargare i numeri degli iscritti per far fronte alle richieste che ci sono pervenute. C’era davvero tanta gente e questo è superlativo! Anzi wonderfulllll, come dice il caro Matteo Refosco, il coordinatore della serata. E’ incredibile come nel vicentino ci siano così tante persone che hanno manifestato la volontà di crescere. Sette i laboratori pensati. Una gioiosa partecipazione. Sono felice per quello che si sta muovendo.
Ecco quindi la seconda parte del testo che ho prodotto per la serata. E’ stato consegnato ai partecipanti in un bel libretto di oltre 100 pagine di contributi inediti dei formatori che con me hanno condotto i laboratori.
Parla dell’importanza di confrontarsi con gli altri, di appartenere a gruppi, di lasciare il tempo a ciascuno di esprimersi e della teoria del mondo giusto, che permea la nostra visione del sistema. Se ci accadono delle cose brutte è perchè ce le siamo meritate. Siamo dei fannulloni, dei peccatori. Abbiamo fatto degli errori e la vita ce li rivomita addosso.
E se fosse solo una teoria?
Gli altri possono aiutarmi a conoscere chi sono?
Un metodo per valutare se stessi è quello del confronto.
Come abbiamo detto narrare significa dover fare il punto, ma anche le virgole, gli interrogativi, gli esclamativi. Raccontarsi è un complesso lavoro personale per trovare nessi e causalità nella nostra storia individuale al fine di permettere agli altri di comprenderla. E’ necessario un ascoltatore disposto a porre un orecchio a disposizione di chi narra se stesso. Nella coscienza che l’ambiente influisce sul comportamento un ascoltatore è buono se non anticipa il narratore, ma gli lascia i suoi spazi per riuscire nel difficile lavoro del racconto di sé, perché ciò significa scoprirsi. Esplorarsi. Scendere nel profondo. Unire i pezzi.
Non sempre l’educatore di un gruppo è l’ascoltatore migliore, perché a volte non fa parte della vita quotidiana della comunità che anima. Questa potrebbe essere la sua forza (essere un esterno), ma anche la sua debolezza per cui alcune frasi per lui non hanno senso. Gli manca il nesso. Non riconosce ciò a cui il narratore si riferisce, solo il gruppo di pari può farlo ponendo quindi il giusto accento alle questioni. I coetanei inoltre possono apprendere qualcosa di nuovo da se stessi anche solo per l’osservazione degli spunti del narratore. Per la verità questo processo accade anche all’educatore, il quale in cuor suo conosce sempre più se stesso dal confronto con gli altri. L’attenzione educativa quindi potremmo considerarla molto vasta, un circolo virtuoso.
Potremmo inoltre tecnicamente considerare le relazioni con altre persone come disposte lungo un continuum che passa dall’estremo delle relazioni interpersonali (faccia a faccia) all’estremo opposto dei comportamenti inter-gruppi (che vedremo nel prossimo paragrafo).
Nelle relazioni personali il rapporto è a due, basato sul confronto delle osservazioni delle minime caratteristiche individuali: io sono così, tu sei colà, siamo diversi e ricchi dei nostri pregi e difetti. Vedo che tu sei stato sincero/timido/cattivo e definisco me stesso dal confronto attivo che ho con te dato dalle nostre somiglianze e differenze. Queste caratteristiche sono a maggior ragione evidenti quando una situazione accade ad un gruppo di persone in maniera identica perché in tal modo sono lampanti le differenti modalità di reazione individuale. Se un gruppo si perde nel bosco, ogni ragazzo farà emergere la propria personalità a fronte dello stesso evento e quando ogni ragazzo narrerà la propria esperienza potrà raccontare se stesso con le qualità evidenziate dal confronto personale con ogni altro partecipante. Il gruppo favorisce la definizione di sè perché fornisce più materiale per il confronto interpersonale semplicemente per il fatto che sono compresenti più persone simultaneamente.
Inoltre è qui fondamentale sottolineare come nelle relazioni interpersonali 1 a 1 c’è l’idea di base che vuole le persone artefici del proprio destino: infatti è implicito che tutti hanno la possibilità di percorrere la propria strada verso l’Io Ideale desiderato, facendo scelte per sé suggerite dal confronto personale con altri individui significativi (genitori, animatori, amici). Questa è l’idea del mondo giusto, secondo la quale ognuno ha ciò che si merita perché il mondo è democratico, nel bene ma anche nel male. Spunti teorici:
Modernizzazione riflessiva (Beck, Giddens, Lash, 1994) Modernità liquida (Bauman, 2000) Adultità emergente (Arnett, 2004) Teoria di Autopercezione (Bem, 1972) Teoria del mondo giusto (Lerner, 1977)
Ho pensato di condividere con voi lettori di questo blog un lavoro di analisi che sto conducendo per un progetto della Pastorale Giovanile che presenterò, assieme ai miei colleghi formatori, questo venerdì alla serata To Human Skills Theory.
Il titolo del contributo che sto sviluppando è: Perchè l’individuo ha necessità di appartenere? Il tutto è superiore alla parte.
Ho deciso di condividere pubblicamente lo scritto perchè è necessario. Mi accorgo di questa necessità soprattutto durante il mio lavoro di pratica clinica. Cosa intendo dire? Cercherò di farla fin troppo semplice: i miei pazienti non hanno amici. E lo trovo preoccupante!
Infatti nel momento dell’anamnesi chiedo a tutte le persone che vengono in studio chi sono per loro le risorse relazionali che possiedono al di fuori della coppia… e spesso non ce ne sono. Cerco di sollecitarli nella convinzione che non me le stiano comunicando per timidezza, chiedo i nomi dei testimoni di nozze, dei cugini, dei membri della compagnia di quando si era ragazzini… ma niente. Nessuno di questi è sinceramente legato ai miei pazienti. Le persone in studio non appartengono a gruppi sociali relazionali. Non hanno una rete.
[ndr. Beh, non proprio tutti i pazienti, eh! Qualcuno di loro si stacca proprio ed ha diverse relazioni profonde e sincere stimabilissime!]
Eppure le relazioni amicali, sincere, sociali sono un ottimo preservante per i problemi psicologici. Gli amici sono utili anche alla sanità mentale. Gli amici danno sostegno, forniscono nuovi punti di vita, alleviano. Perchè gli amici ci fanno capire chi siamo e rispondono alla domanda ontologica esistenziale: CHI SONO IO?
Anche se è davvero complesso mantenerli nel tempo perchè la relazione è reciproca e ci si aspetta anche da te che tu possa dare sostegno ed idee. Saper gestire relazioni amicali è complesso: serve intelligenza. Un’intelligenza speciale, complessa: l’intelligenza sociale.
Per questo oggi vi fornisco la prima parte del complesso lavoro teorico che sta dietro all’importanza di lavorare con il gruppo nelle fasi dell’educazione al fine di sviluppare l’intelligenza sociale.
L’articolo che segue è scorrevole e pensato per gli animatori e gli educatori dei gruppi della Diocesi di Vicenza. Penso però che sia un lavoro importante perchè tutti noi dobbiamo imparare in adolescenza a sviluppare quella che è l’intelligenza sociale.
Lo ripubblico quindi per ognuno di noi: si parla del senso dell’esistenza, di perchè non ci sono più i giovani di una volta, cosa significa educare, che cos’è l’autostima…
Sinceramente: leggetelo. E’ interessante. Vi invito caldamente a condividerlo, a commentare, a far nascere un dibattito sul tema.
I vicentini potranno partecipare anche al laboratorio di venerdì, nel quale condurrò un corner di dibattito ed attività esperienziali su questo argomento. Al momento siamo a 63 iscritti: molto bene!
Ecco quindi la prima parte del contributo a cui potrei attribuire questo titolo: Perchè l’individuo ha necessità di appartenere? Il tutto è superiore alla parte.
(1) Le parti nel tutto: il singolo.
Questa è la domanda che più caratterizza gli uomini e le donne del mondo di oggi. Mai era accaduto che tale domanda coinvolgesse in maniera così amplia le persone delle culture precedenti: qualche filosofo, forse, vi aveva dedicato la vita, ma non il ceto medio, le persone comuni.
La ricerca di risposta al “chi sono io?” è così diffusa che la società attuale viene definita dai sociologi contemporanei società autoriflessiva, nel senso che riflette su se stessa domandandosi chi è.
Quali dati sono a disposizione delle persone per poter avviare una ricerca attenta della definizione di sé? Il proprio aspetto ed il proprio comportamento sono sicuramente degli ambiti da analizzare che sono alla portata di tutti e che forniscono molto materiale da osservare. Per cercare di dare una risposta al “chi sono io?” le persone analizzano ciò che fanno per definire ciò che sono. Riflettere, anche a posteriori, sulle proprie azioni permette di comprendere quali scelte di vita abbiamo fatto e quindi ci aiuta a definire il nostro essere. Ad esempio una persona può definire se stessa sincera, perché in un’occasione particolare ha scelto di dire la verità. Oppure si dice timida, perché non ha detto nulla. Oppure è convinta di essere cattiva perché si è comportata in maniera aggressiva.
E’ importante sapersi quindi raccontare per poter fare il punto. Il momento in cui ci si espone si cerca di narrare una storia che ha un senso compiuto: una trama data da cause e conseguenze. Non importa se nella mia mente prima di oggi ero confuso sulla definizione di chi sono, nel momento in cui narro devo dare una consequenzialità che il mio ascoltatore possa comprendere. Gli racconto le mie gesta e mi definisco. In tal modo la narrazione dell’esperienza determina l’essenza.
In questo momento storico la domanda esistenziale “chi sono io?” ha una valenza speciale, ed appunto, una diffusione a macchia d’olio.
Questo succede perché siamo in un tempo di pace e di democrazia nel quale possiamo essere liberamente ciò che vogliamo, le libertà sono incredibilmente ampie come mai prima d’ora: “sii quello che vuoi, ma scegli bene”. Non siamo costretti a fare il lavoro dei nostri padri, non dobbiamo andare in guerra, non temiamo per la nostra sopravvivenza, possiamo viaggiare, possiamo votare, siamo scolarizzati ed informati, siamo connessi a milioni di possibili scelte di vita che vengono presentate quotidianamente dai social e in maniera martellante dalla società dei consumi e degli altriconsumi. Possiamo non meramente cibarci di quello che c’è, ma gustarci piatti scelti che sappiamo di dover scegliere con responsabilità. Possiamo scegliere di essere vegani, equi, bio. L’assenza di confini ci fa sì sentire liberi, ma anche ci fa nascere dei dubbi amletici perché ogni comportamento non è dettato dalla necessità, ma dalla scelta. Pertanto in questa grande pace dell’Occidente i conflitti sono percepiti soprattutto come interni ad ogni singolo individuo. Diventa difficile anche scegliere cosa vogliamo per cena, come possiamo essere certi di chi vogliamo essere da grandi?
Inoltre questo è il tempo della lunga speranza di vita, che chiede agli uomini un’esistenza intensa e fortemente significativa che però deve modificarsi continuamente per rispondere alle differenti esigenze della vita. Il mondo cambia talmente velocemente che potremo definirlo liquido: se vuoi stare fermo devi nuotare, se vuoi avanzare devi nuotare più veloce. Non puoi restare fermo in pace, nella tranquillità, perché rischieresti di annegare. Inoltre la società ci chiede di essere continuamente delle persone speciali, in tutte le fasi della nostra lunga vita.
Dobbiamo quindi porre grande attenzione all’educazione, non solo per i minori ma per tutto l’arco della nostra esistenza. Lo stesso termine “educare” deriva da e-ducere, ovvero “condurre fuori” perché riteniamo che ogni soggetto abbia all’interno una ricchezza che debba solo essere espressa. Educare in questo momento storico è pertanto sia necessario che estremamente impegnativo. E’ necessario perché le persone sono comunque in ricerca di una definizione di sé che diventa il tema attorno al quale gira tutta la vita: è quindi giusto che possano trovare un aiuto da parte dell’e-ducatore. E’ impegnativo perché nemmeno gli educatori hanno risposte ferme alle quali ancorarsi per poter dare una mano a chi è in balia dei flutti del “chi sono io?”. Infatti molti di questi animatori non sono che adulti emergenti, di età compresa tra i 18 ed i 28 anni, che si pongono, come attestano le più moderne ricerche scientifiche, i maggiori dubbi per l’esplorazione identitaria; l’instabilità; l’attenzione autocentrata; la percezione di trovarsi “in mezzo” (non più adolescenti, ma non già adulti) e le numerose possibilità-opportunità di trasformare la propria vita. Infatti il periodo dell’adultità emergente estende a questa fase di vita i processi di esplorazione di sè che erano precedentemente limitati durante l’adolescenza per la mancanza di mezzi. L’adulto emergente ha le domande e gli strumenti per esplorarle, spesso in maniera fin troppo approfondita. E’ imperante esplorare le possibilità nel mare delle offerte. Possiamo così vedere che i tre fondamentali indicatori dell’adultità, ovvero 1) l’accettazione delle responsabilità, 2) la capacità di prendere decisioni in modo indipendente e 3) il divenire economicamente autonomi non vengono raggiunte contemporaneamente, ma, al contrario, sono graduali a causa dell’instabilità intrinseca di questo periodo e della necessità di acquisire un senso stabile di identità attraverso l’esplorazione di differenti opportunità.
La ricerca di sé ritarda quindi l’assunzione delle responsabilità: la domanda “chi sono io?” è quindi impellente nella società attuale, sia per gli educati che per gli educatori, perché da questa risposta potrebbe formarsi un Uomo ed una Donna adulti. E sembra che gli adulti scarseggino, o, almeno, siano sempre più anziani.
L’attenzione educativa è quindi rivolta alla persona singola, educato ed educatore che fanno parte ora dello stesso mondo, invitandola a conoscersi e quindi a soppesarsi. Come può una persona conoscersi al meglio? Stimare ciò che io sono in questo momento non è sufficiente, ma è necessario confrontarlo con il desiderio di ciò che voglio diventare. Non solo quindi chi sono ora, ma qual è il mio progetto di vita, la mia vocazione. L’autostima (intesa propriamente come la “stima di sé”) diventa il fulcro della domanda ontologica “chi sono io?”: essere in grado di valutare la differenza compresa tra ciò che io sono e ciò che voglio essere. L’autostima è un interrogarsi quindi in tre fasi: chi sono io, qual è il mio desiderio e qual è la mia capacità di percorrere il gap tra i due. Ovvero soppesare la mia competenza a raggiungere il desiderato.
Ecco, questo sì che è un titolo che cattura l’attenzione!
Potrebbe sembrare una frase addirittura troppo forte. Eppure, davvero, di questo si parla ai convegni di sessuologia. E’ lecito pagare una prostituta perchè possa far conoscere il sesso ad un ragazzo con disabilità? Oppure devono essere i genitori ad insegnare i segreti della masturbazione ai figli? Esistono altre soluzioni, magari più etiche e legali?
ETERNI RAGAZZI…
Il problema è sincero e sentito.
Perchè nonostante i disabili vengano considerati sempre ragazzi, non sono degli angeli senza pulsioni! Quante volte mi è capitato di sentire gli operatori dire “oggi sono stato coi ragazzi al lago di Fimon, per fare un giro” quando i ragazzi hanno anche 30 anni più degli sbarbatelli che li accompagnano. Se un uomo cinquantenne con disabilità intellettiva viene portato al lago da una giovane OSS, ecco, direi che lui potrebbe dire di essere stato in giro coi ragazzi, non di certo lei. Non sono ragazzi prepuberi. Sono uomini e donne: hanno pulsioni ormonali, storie d’amore e di rifiuti, come tutti noi. Si arrabbiano. Si eccitano.
…CON VITE AL LIMITE
Le difficoltà sono differenti per ogni tipo di disabilità che potremmo distinguere in due grandi categorie: mentale/fisica ed acquisita/dalla nascita. Ad esempio un ictus avuto a 45 anni crea dei danni cerebrali che portano ad una vita differente rispetto al ritardo mentale dalla nascita. Oppure nascere senza arti come Simona Atzori è ben diverso dal perderli in un incidente stradale come è successo ad Alex Zanardi.
In ogni caso sono vite che hanno come aspetto centrale la creazione di un’autonomia creativa formata attorno al limite.
CONVEGNO “DISABILITA’: SESSUALITA’ COME DIRITTO”
Sono stata ad un convegno, la scorsa settimana. Ho preparato anche io un contributo, davvero interessante a dire il vero, sull’educazione alla sessualità femminile nella disabilità acquisita. Avevo una gran voglia di fare bella figura perchè avrei parlato dopo Antonino D’Amato e Fabrizio Quattrini, i sessuologi che in Italia si potrebbero definire i più esperti di disabilità. Quattrini è un’esponente dei Lovegiver, un progetto che vuole la creazione in Italia della figura dell’assistente sessuale. Non è che lo dice e basta: hanno presentato un disegno di legge nel 2014, il DDL 1442. Svelto e conciso lo trovate nel sito del Senato qui.
L’assistente sessuale è una figura che si occupa dell’educazione alla sessualità per i disabili. Farà un corso di 200 ore dopo il diploma. Sarà testata attraverso test psicologici come l’MMPI. Condurrà al massimo 10 sessioni con ogni disabile per impedire l’innamoramento reciproco. Non farà sesso penetrativo, ne’ orale. Permetterà al disabile di conoscere il proprio corpo, gli insegnerà a provare piacere, costruirà una relazione basata sul contatto.
Quattrini ha già incontrato 80 candidati per questo corso, moltissimi dei quali sono già infermieri, OSS, fisioterapisti… La maggior parte già svolge un altro lavoro in ambito sanitario, vuole solo migliorare la sua formazione per essere più utile ai pazienti che segue.
I MIEI DUBBI
Al convegno ero talmente assorta che non ho fatto domande. Ma ho i miei dubbi.
Ho deciso di renderli pubblici qui per creare un dibattito, forse la mia visione è lacunosa, magari qualcuno potrebbe aiutarmi a prendere posizione. O forse c’è in giro un’idea geniale per risolvere questo dilemma: è solo necessario confrontarsi!
E’ necessario un DDL per creare una nuova figura?
A mio parere no. Sembra che l’assistente sessuale in questo momento non esista in Italia perchè andrebbe a cozzare con la legge Merlin.
Non credo sia vero: in Italia la prostituzione non è reato. Lo sfruttamento della prostituzione lo è. Diciamo piuttosto che è lavoro nero perchè non esiste un Codice Attività presso l’Agenzia delle Entrate che possa permettere l’apertura di una Partita Iva riferita solo alla prostituzione.
D’altronde, fa notare proprio Quattrini, non esiste nemmeno il Codice Attività per i sessuologi. Infatti tecnicamente non esistono i sessuologi in Italia. Ognuno di noi fattura le sue prestazioni in base alla professione principale, ovvero “consulenza psicologica” per quanto riguarda me, Quattrini e D’Amato. Infatti si sta presentando proprio in questi tempi una richiesta allo Stato di riconoscimento rispetto al lavoro specializzato che facciamo. Eppure al momento non c’è nulla, e nonostante questo lavoriamo. Perchè non potrebbe accadere lo stesso al fisioterapista che vuole fare l’assistente sessuale? Fattura come fisioterapista libero professionista e poi si dedica alla sessualità.
A Firenze ho una cara amica e collega fisioterapista che si dedica solo ed esclusivamente al perineo: Desiree. Non credo che qualcuno possa dire che non è parte del suo lavoro toccare la zona genitale, aiutare il paziente a riscoprire la sua anatomia, aiutarlo ad esplorarsi.
La mia superamica Elena, ostetrica e consulente sessuale, ha portato come tesi presso la scuola Elementale di Arte Ostetrica l’uso dello specchio nell’esplorazione delle donne. Ora conduce con successo corsi sul perineo che terminano con una visita di valutazione.
Forse queste donne pioniere dovrebbero essere segnalate per abuso di professione e reato di prostituzione?
Sono davvero necessarie queste figure in Italia? Non sarebbe invece meglio lavorare sulla costruzione di una rete di professionisti già specializzati nel settore che possono acquisire maggiore sensibilità nei confronti della disabilità? Non si dovrebbe porre il problema all’interno delle equipe delle Comunità e delle Case di Riposo, dei Centri Diurni e degli Ospedali? Così che ogni professionista che passa nella vita di un disabile abbia la sensibilità di confrontarsi sulla sessualità. Ad ognuno il suo pezzetto: lo psicologo un po’, il fisioterapista un po’, l’OSS un po’, e poi i gruppi di confronto, le famiglie, la società…
Perchè non può essere Desiree la professionista giusta per la riabilitazione di un perineo di una donna che ha subito un incidente?
Da 12 anni studio psicologia sociale e sessuologia: davvero la mia formazione per la costruzione di modelli di educazione alla sessualità può essere abbattuta da un corso di 200 ore? Fatico a crederlo.
Se il DDL prevedesse la rinascita della prostituzione potrei capire che si tratta di un’importante novità. Ma qui si parla di educazione alla sessualità a 360gradi… meno 1, ovvero il sesso. Perchè di sesso agito in realtà non si parla.
Come mai del resto in Italia. Anche perchè c’è quel “piccolo” dettaglio della circonvenzione di incapace che rimane essere reato…
Insomma, non credo possa essere la svolta. Qualcos’altro forse. Ma non questo.
Oppure, forse, non riesco a credere che per alcune persone gli abbracci possano essere solo a pagamento.
— !!! video interessanti !!! —
UNO:
Ne approfitto per sponsorizzare il bellissimo documentario del 2014 sul tema The Special Need, girato tra il Friuli, l’Austria e la Germania alla ricerca di assistenti sessuali per il divertente Enea… un mio coetaneo con un po’ di autismo e molta (aiutatemi a dire molta) voglia di. Molta. Ce la faranno i suoi amici a soddisfarlo? Ma soprattutto… cosa vuole Enea in realtà?
[nono, non sono sardi, sono friulani, errore da principianti: mandi!]
DUE:
Più sul classico, più internazionale, ma forse più esaustivo riguardo alle problematiche connesse all’esplorazione reciproca dei corpi, The Sessions.
Siate invidiosi, in imbarazzo, a disagio, spaventati. Vergognatevi. Impanicatevi.
Ho fatto un lungo viaggio in auto nei giorni scorsi da cui è emersa questa riflessione.
Lungo la strada con mio marito mi annoiavo enormemente (…) così ho deciso di applicare al mondo l’effetto ‘funny’! Avete presente quando scattate una foto con lo smart e poi applicate un filtro che vi permette di invecchiarla, saturarla, contrastarla, toglierne i colori? Ecco, ho fatto la stessa cosa allo scenario che vedevo dal finestrino: lo commentavo scioccamente, leggendo i cartelli fischi in fiaschi, commentando il panorama dicendo “non ti sembra che quella montagna in realtà somigli a…?”, storpiando le parole delle canzonette alla radio e così via in un vortice senza fine di totali scemenze. Una cretinetta.
Per la gioia di mio marito, chiaramente. Ho avuto più volte la sensazione che cercasse attivamente di far sfracellare il lato passeggero sul guard rail. “Uso il filtro ‘funny’. Conosco un sacco di persone che vedono la vita con un filtro, perchè io non posso scegliere il ‘funny’ per un po’?”.
Ognuno di noi filtra gli eventi della vita attraverso un modo di vedere le cose.
Ma in questo modo le appiattisce: vede quello che vuole vedere. Non coglie le sfumature.
Il che è comprensibile perchè la vita è grezza. I fotografi direbbero che è in formato RAW. Possiede moltissime informazioni e per questo il file diventa pesante.
Per alleggerirla la modifichiamo. Salviamo quello che ci interessa, spesso però non solo scartiamo ma anche ne cambiamo i colori, applicando un filtro che la modifica sensibilmente.
Guardate: 1. vita 2. quel che percepiamo della vita 3. filtro biancoenero
Sinceramente diffidate dalle frasi fatte che vi consigliano di cambiare le vostre emozioni per appiattirle. Allontanatevi dalle idee di coloro che vi dicono che non potete essere tristi, invidiosi, vergognosi, spaventati. Che dovete essere felici.
Come si può essere coraggiosi se non si conosce la paura? Come si può cogliere la felicità se ci obblighiamo a riconoscerla in tutto ciò che ci circonda?
Ogni emozione ci guida nella vita: l’invidia, ad esempio, ci permette di capire cosa davvero vogliamo. Il timore ci rende guardinghi. La vergogna accompagna il pudore.
Non possiamo posticciamente applicare il filtro ‘happy’ alla vita. La vita non è sempre happy! Lo sarebbe solo se fossimo costantemente sotto effetto di droghe (NDR: che però hanno effetti collaterali impegnativi).
“Guarda il bello!” dicono. Ma io qui vi dico che il bello non c’è semprissimo.
Ci sono periodi veramente di cacca. Davvero.
Ma anche la cacca non c’è semprissimo. Ci sono anche periodi esaltanti.
Non vi chiedo di essere sempre esaltati. Sarebbe come vivere tutto il tempo col filtro ‘funny’: un’incubo, chiedete a mio marito. Non solo, sarebbe finto.
Vi chiedo di saper discriminare, di dare alle giuste emozioni il giusto tempo.
Chiamare per nome ciò che proviamo, sia esso anche dolore.
In poche parole vorrei che questo fosse il vostro mantra:
DA OGGI TOLLERO LE SFUMATURE.
Forse da domani, o da lunedì. Come la dieta.
A me va bene lo stesso, perchè devo dire la verità: io tollero le sfumature di colore.
Anzi, le trovo decisamente affascinanti. Non solo bianco e nero, ma desidero per me e per le persone a cui voglio bene una vita a colori. Quindi fate un po’ come vi pare.
E’ più impegnativo vivere così, ma più realistico.
“Mi sono reso conto di cosa mi perdevo prima. Il mio colore preferito era solitamente il blu. Adesso è il rosso. Il rosso è un colore intenso e magnifico!”
Un giorno di primavera sboccia nei messaggi in arrivo una mail così:
Buongiorno dottoressa, mi chiamo Gaia Torti, sono una studentessa dell’Accademia di Belle Arti (NABA) di Milano, per l’esame di Interaction Design io ed alcuni miei compagni stiamo sviluppando una ricerca sul sesso online e la pornografia: come viene percepita dalle persone qui in Italia e se è da considerare come un processo naturale dell’uomo oppure una deformazione. Siamo partiti osservando fenomeni tecnologici come videogame erotici (tipicamente giapponesi) con controller specifici per i genitali maschili e tecnologie più generiche come Oculus Rift che hanno avuto un ampio utilizzo e sviluppo nel porno. Per dare delle basi più interessanti e solide alla nostra ricerca, stiamo organizzando delle brevi interviste, ci sarebbe piaciuto avere anche un’opinione esperta.
Come posso rifiutare?
Gaia sogna in grande, vuol far partire un progetto in Italia, forse un documentario. E’ una ragazza che interroga e si interroga.
Decido di approfondire con lei il tema, ricontrollo appunti, navigo, faccio domande ad altri. Per prepararmi adeguatamente passo una serata a bere vinelli e a discutere sui giapponesi e il porno.
Quando mi sento pronta rispondo.
Gaia:
Secondo Lei il sesso online è un fattore positivo per le persone? Oppure rischia di allontanarle progressivamente dalla realtà, più complessa e meno immediata?
Anna:
Parto da una premessa generale. Il sesso online non è ne’ positivo ne’ negativo: è solo sesso! Il problema della morale legato alla sessualità è molto ampio ma interessante: l’autore Jung, quasi 100 anni fa, scriveva “Come nel primo Medioevo le attività connesse col denaro erano considerate con disprezzo, perché non esisteva ancora una morale casuistica e differenziata che regola questo settore, ma esisteva solo una morale “complessiva”, una morale “globale”, così oggi abbiamo soltanto una morale sessuale anch’essa globale. […] Una forma d’amore che non sia contemplata dalla legge è immorale, sia che nasca tra uomini degni, sia che nasca tra mascalzoni.”
La sessualità è quindi considerata immorale come accadde per il denaro durante il primo Medioevo, ovvero perché non possediamo ancora delle regole che possano attribuirle una morale specifica. Non la consideriamo un argomento a sé stante. Il denaro può essere buono o cattivo a seconda della persona che lo possiede, non perché è denaro. Gode di un’ambiguità innata. Allo stesso modo il sesso è solo un atto che non possiede di per sé morale: possiamo attribuirgliela arbitrariamente. Per questo non possiamo dire se il sesso online è un fattore positivo, poiché dipende dalle persone che lo praticano. E qui giungiamo ad un’altra difficoltà: come possiamo dire se le persone sono positive o negative?
A questo si aggiunge una complessità importante, quella dimensionale. La vita è in 3D e in più c’è il tempo. Sono variabili importanti che permettono di poter esporre parti di noi un poco alla volta. Nessuno ci conosce con gli stessi occhi: io sono diversa per Silvia, Maria o Gaia. Invece su internet progettare una privacy diversificata è difficile e quindi tutti possono vedere tutto contemporaneamente: io sono uguale sia per Silvia che per Maria che per Gaia. Potremmo dire che sono appiattita in 2D e il tempo è una variabile schiacciata. La conoscenza dell’altro non avviene per gradi, ma tutta contemporanea: basta sfogliare profili.
In ogni caso si tratta di una realtà: internet non è falso perché è creato da persone vere. Così come nella vita offline ci possono essere difficoltà di relazione. E prostituzione.
G: Sono molti i siti e le applicazioni che permettono alle persone di fare “sesso via chat” tra persone che non si conoscono e probabilmente non avranno mai un vero contatto fuori dalla realtà virtuale.
Su alcuni siti, come ad esempio Habbo, c’erano casi di prostituzione online, utenti che offrivano in cambio di semplici chat erotiche pagamenti in oggetti del gioco (che erano a loro volta pagati in moneta reale dall’utente).
Cosa c’è nell’esperienza sessuale virtuale di così attraente da arrivare a pagarla?
A: Ogni esperienza può essere così attraente da far giungere le persone a pagarla. Quante volte abbiamo comprato oggetti inutili solo per il gusto di farlo (magari gli stessi oggetti del gioco). La psicologia della decisione ci insegna che non è l’acquisto in sé la parte rilevante, ma spesso il senso di possesso che ne deriva. Qui ritorna la premessa sulla morale: è solo perché è sesso che dobbiamo valutarla come impropria?
G: E per quanto riguarda il sesso online tra coppie che vivono a distanza, è un fattore che può contribuire al rafforzamento della coppia?
Alcune aziende hanno creato dei prototipi di robot in grado di trasmettere un bacio, basandosi sui movimenti percepiti dai sensori, ad un altro robot che li riproduce in tempo reale.
E’ una tecnologia che potrebbe essere effettivamente utile per una coppia a distanza?
A: Le coppie che vivono a distanza hanno moltissime difficoltà, ma anche dei benefici. Ad esempio la convivenza può essere considerata una difficoltà che per molte coppie risulta insuperabile. Quindi partiamo dal presupposto che molto dipende dalla coppia e dalla relazione che si è instaurata tra i due: può essere difficile vivere lontani, ma anche un ottimo terreno dove far crescere la propria relazione. Sicuramente ogni coppia deve avere una buona comunicazione, chiara, intima e complice. Se la complicità cresce anche con la sperimentazione di prototipi che fanno sentire più vicini… perché no? E’ chiaro che non sarà un vero bacio, ma se questo ci fa sorridere e giocare virtualmente con il nostro amato…
A mio parere è importante non prendersi troppo sul serio e non credere che uno strumento sia l’espressione reale di un bacio. Sarebbe come, e qui faccio un paragone forte, pensare che la fecondazione in vitro sia sesso. Certamente è generativo, spesso raggiunge l’obiettivo della fecondità meglio dell’originale, ma è evidente che non si tratta della stessa cosa. Il bacio può non essere uguale, bisogna essere coscienti del limite. E, all’interno del limite, giocarsela.
G: Negli ultimi anni sono state sviluppate nuove tecnologie in ambito videoludico per aumentare l’esperienza di gioco, in Giappone, queste nuove tecnologie si sono fuse con la pornografia, dando vita a controller specifici per genitali maschili, una sorta di fusione tra sex toys e controller per console, indirizzati a videogame erotici dove il giocatore simula un effettivo rapporto sessuale.
hanno allegato 2 immagini:
(Immagine del gioco Custom Maid 3D con cui si può giocare con il controller di cui stiamo parlando, dove ci si crea la propria domestica personalizzata in ogni minimo dettaglio)
(Altra immagine di Custom Maid 3d che lo pubblicizza insieme all’uso dell’Oculus e dello specifico controller)
L’uomo ha davvero bisogno di questa tecnologia per il proprio appagamento sessuale?
E’ una cosa che si può definire sana, come un normale sex toy, oppure è un modo per alienarsi definitivamente dal contatto con altre persone?
A: L’uomo non necessita di nessun oggetto per il proprio appagamento sessuale. Eppure l’eros è una pulsione primaria che necessita la soddisfazione. E’ anche istinto di vita, di generatività, di creatività, di passionalità. Nonostante questa forza dalle straordinarie qualità questo istinto può essere troppo dirompente e deve sapersi contenere entro regole sociali apprese nel corso della nostra vita. Ma rimane. Per questo la società dei consumi cerca di stimolarlo per riuscire a portare le persone a compiere azioni d’acquisto non ragionate, ma istintive. Pensate ad ogni pubblicità con ammiccamenti sessuali, doppi sensi o semplicemente l’uso di bellissime donne. Vogliono sguinzagliare l’istinto primordiale. Le persone spendono capitali per sentirsi sexy (intimo, abiti, estetista). Razionalmente sarebbero tutte spese inutili: quindi in linea generale direi che qualsiasi oggetto per l’appagamento sessuale non ha “bisogno” di essere acquistato.
Nonostante questo uomini e donne acquistano frivolezze. E spesso fanno bene.
Aggiungo che bisogna differenziare lo strumento da chi ne fa uso.
I giocatori online non sono isolati socialmente, anzi direi che spesso hanno gruppi di appartenenza molto forti con i quali instaurano reali rapporti d’amicizia. Chi è in grado di relazionarsi con persone diverse e mantenere relazioni di lungo corso online è in grado di farlo anche offline. E’ stata notata una correlazione molto forte tra numero di amici nella vita reale e numero di amici virtuali: chi ha molti amici li ha in entrambi i mondi. Chi non possiede una intelligenza sociale (una delle più difficili da sviluppare) non sarà in grado di creare contatti.
In ogni caso persone instabili psicologicamente ci sono in ogni ambito, probabilmente anche in questo. Ma l’alienazione non dipende dallo strumento: non può esserne la causa. La causa è prima, o meglio dentro. Prima dell’alienazione, dentro di noi.
Bisogna saper distinguere la causa dall’uso. L’uso di eroina non ne è la sua causa prima, giusto? Sarebbe paradossale.
G: Perché, secondo lei, viene prediletto da alcune persone, in particolar modo dai giapponesi, lo stile manga, rispetto a quello reale, sia nella pornografia classica che in quella dei videogame?
A: Ogni cultura ha delle rappresentazioni specifiche. Molto della sessualità è basato sulla cultura: ad esempio in molte culture l’eiaculazione è inibita (indù, giainiste, buddiste) mentre in occidente questo non avrebbe significato. Oppure l’omosessualità: Stati dello stesso continente hanno una grandissima differenziazione per quanto riguarda le coppie di persone dello stesso sesso. I Kàbada (Colombia) considerano la masturbazione più eccitante del rapporto penetrativo. Gli esempi possono essere centinaia perché il sesso non è innato, ma è appreso. Nasciamo non fecondi e attraversiamo la pubertà che modifica il nostro modo di essere. Tutto questo avviene in una cultura che ci plasma e ci modella.
Perché i giapponesi mangiano sushi e non risotto ai frutti di mare?
G: Il Giappone è conosciuto per avere una florida industria pornografica, che non si limita a video e fumetti, ma soprattutto a videogame, che molto spesso hanno tematiche di violenza, stupro e sottomissione.
C’è un gioco dove l’obbiettivo è pedinare e poi stuprare una determinata ragazza, dove il gameplay si basa appunto sul pedinamento, evitando ostacoli e cercando di nascondersi, dove come finale, in caso di vittoria, si potrà afferrare la ragazza e violentarla.
Hanno allegato 2 immagini.
(Immagini di gioco prese da Biko 3 dove appunto si pedina e poi si violenta la ragazza scelta tra 3 o più candidate)
Chi apprezza questo genere è da considerare una persona pericolosa, un potenziale maniaco sessuale?
Oppure semplicemente una persona con dei gusti particolari, che si diverte in maniera innocente, senza nuocere fisicamente a nessuno?
Perché certe persone piace giocare a giochi dove si può stuprare, oppure leggere\vedere fumetti\video sempre su questi argomenti?
Molte persone a difesa dei giocatori di questi videogiochi, affermano che se una persona gioca ad un gioco di guerra, non crederà di poter imbracciare un’arma ed uscire ad uccidere la gente, quindi stesso discorso vale per giochi con tematiche come lo stupro.
A: La fantasia più diffusa tra le donne è la fantasia dello stupro. Eppure nessuna di loro davvero vuole che questo avvenga, ma l’idea immaginata è considerata eccitante.
In sessuologia vi è una grandissima differenza tra fantasie e desideri. Farò un esempio forse banale ma di sicuro successo: molte persone, durante il rapporto sessuale, immaginano di essere fusi con l’altro. Questo può essere considerato romantico e culturalmente apprezzato: “ci siamo sentiti una cosa sola”. E’ ovvio che è falso: non si è realmente fusi! E’ solo una fantasia impossibile. Non si è una sola carne: è sesso.
Quindi diventa chiaro ai nostri occhi cos’è la fantasia. Altro invece è il desiderio: questo vuole essere messo in pratica. Se un desiderio verrà continuamente frustrato verrà abbandonato.
Se una donna fantastica lo stupro non ha nulla di strano o malato: è una normale variante di gusto. Se lo desidera invece cade in un paradosso irrealizzabile: desidera un atto non desiderato.
In ogni caso questa fantasia è più diffusa nelle donne che negli uomini. E questo accade senza l’uso di videogiochi violenti e, tra l’altro, senza nessun sostegno della società. E’ una fantasia non culturalmente accettata. Addirittura donne che vengono realmente stuprate aspettano a denunciare il fatto perché ritengono di esserselo meritato perché ne hanno fantasticato l’evento e perciò si sentono in parte responsabili dell’accaduto. Nulla di più sbagliato: per questo ribadisco anche qui la differenza tra fantasie e realtà.
Capisco le perplessità legate al gioco, che sembra collocarsi in una nicchia tra la fantasia e il desiderio perché in un certo senso permette un maggiore agito rispetto alla mera fantasia. I giochi esistono da sempre nella società e permettono ai bambini di sperimentarsi in ambiti controllati. Poi gli adulti li perfezionano, ma nessuno di noi smette di giocare. Esistono giochi che servono per finalità diverse e l’online riesce a raggruppare più finalità in una.
Giochi di competizione (agon): in genere tutte le competizioni, sia sportive che mentali
Giochi di azzardo (alea): i giochi dove il fattore primario è la fortuna
Giochi di simulacro (mimicry): i cosiddetti “giochi di ruolo” dove si diventa “altro”
Giochi di vertigine (ilinx): Tutti quei giochi in cui si gioca a provocare noi stessi.
Possiamo quindi capire perché questo gioco piaccia.
Ogni gioco può far perdere il controllo, vedi i giochi d’azzardo oppure sport estremamente pericolosi in cui si prova il brivido della vertigine. Questo forse è il dato più interessante.
Un’altra variabile però interessante è quella legata all’apprendimento: quanto di quello che impariamo è legato all’emulazione? Bandura, psicologo padre dell’apprendimento, direbbe moltissimo. Altri autori invece definiscono riduttivo immaginare che tutto ciò che facciamo è causato direttamente da un precedente. Questa è una questione cardine della psicologia e non è ancora stata risolta.
G: Secondo lei, a fronte della forte diminuzione delle nascite in Giappone, c’è una qualche correlazione tra i problemi relazionali uomo/donna e la loro produzione di materiale pornografico, che tende sempre di più a rendere soddisfacente a livello sensoriale ciò che è virtuale?
Da parte di alcuni paesi come il Giappone c’è una concezione della pornografia e dell’erotismo in generale, molto diversa dalla concezione che ne hanno paesi come il nostro. Tuttavia, secondo lei, perché l’occidente ha una visione del sesso fisico molto più aperta mentre invece i giochi di sesso online sono visti più spesso come pratiche per menti distorte? Invece nel mondo orientale come hanno fatto così tanti prodotti inerenti alla violenza sessuale o altro ad emergere se in quel mondo spesso il sesso fisico è considerato un tabù?
A: Quando guardiamo le altre culture portiamo sempre dei cannocchiali con delle lenti particolari: le nostre. I giapponesi potrebbero considerare invece molto strano l’uso dei video porno amatoriali che fanno gli occidentali.
La cultura giapponese ha dei valori di fondo che ne orientano la crescita in un modo che per noi non è concepibile. Non saprei dire se la diminuzione delle nascite è in realtà in qualche modo correlata con i loro modi di lavorare piuttosto che dalla religione.
Quel che sappiamo è che la pornografia non rende ciechi. Come già detto in precedenza è uno strumento e nessuno strumento è male di per sé, ma può essere sbagliato nelle mani di alcune persone che lo usano malamente.
Non rende ciechi, ma piuttosto può creare delle difficoltà relazionali se a lungo andare viene usata come unico approccio all’altro (o allo stesso) sesso. Uomini e donne pensano che tutti i genitali siano depilati perché la cultura pornografica li rappresenta così. I ragazzi delle scuole superiori non sanno dove dovrebbero crescere i peli della vulva semplicemente perché non li hanno mai visti. Confrontarsi con un mondo solamente prestazionale può dare delle aspettative distorte rispetto alla realtà. Donne dagli orgasmi facili e prolungati; uomini dalle prestazioni di marmo.
Aggiungo che la visione massiccia di pornografia fa in modo che sia l’utente a adeguarsi al ritmo del video, spesso causando eiaculazione precoce nella vita reale.
E’ evidente che non è la realtà. Ma è una realtà con delle sue logiche. L’importante è considerare questa scissione, questo limite presente. E divertirsi all’interno del limite. Sondarne le sue possibilità, trovare ciò che è di nostro gusto ed evitare quello che non ci piace.
Non è la tecnologia ad avere problemi psicologici. Se lo fosse saremmo giunti ad un’intelligenza artificiale.
Siamo noi che abbiamo problemi, o forse, che ce li facciamo.
Spesso mi presento, o vengo presentata, come AnnaLaSessuologa e la professione che svolgo non passa inosservata.
Sicuramente per questioni statistiche: quante sessuologhe conoscete di persona?
Io molte! E spesso non hanno di certo le fattezze della pornostar. Eppure quando si parla di sesso la mente guizza ed associa un erotismo spiccato e peccaminoso al tema.
Il mio problema è proprio questo: il sesso è considerato peccaminoso ed il fatto che io parli di peni e vagine tutto il giorno fa di me una persona un po’ torbida, perlomeno eccessivamente disinibita o sfrontata.
Le mie riflessioni sono giunte a due importanti snodi, che vorrei portare alla vostra attenzione.
Punto 1. Innanzitutto una buona illuminazione l’ho avuto leggendo un passaggio di Carl Jung durante questo weekend. Un fine settimana davvero prezioso e rigenerante, tra passeggiate sull’Altopiano e SPA. E Jung:
Come nel primo Medioevo le attività connesse col denaro erano considerate con disprezzo, perché non esisteva ancora una morale casuistica e differenziata che regola questo settore, ma esisteva solo una morale “complessiva”, una morale “globale”, così oggi abbiamo soltanto una morale sessuale anch’essa globale. […] Una forma d’amore che non sia contemplata dalla legge è immorale, sia che nasca tra uomini degni, sia che nasca tra mascalzoni.
La sessualità è quindi considerata immorale come accadde per il denaro durante il primo Medioevo, ovvero perché non abbiamo ancora delle regole che possano attribuirle una morale particolare. Non la consideriamo un argomento a sé stante. Il denaro può essere buono o cattivo a seconda della persona che lo possiede, non perché è denaro. Gode di un’ambiguità innata; il che mi porta a dover ogni volta rendere noto che io sono una donna degna, non una mascalzona. Fino a che non vi sarà una morale sessuale più differenziata.
Punto 1. Anche la seconda intuizione nasce dalla storia della psicologia. In effetti i professionisti utilizzano spesso test proiettivi. Come quello delle macchie di Rorschach, per citare il più celebre. Come è noto gli psicologi sono degli esserini malefici che cercano di entrare nella testa delle persone, e tipicamente utilizzano strumenti adatti allo scopo. I test proiettivi sono semplicemente degli stimoli ambigui che vengono presentati al paziente, il quale ci vede quello che gli pare suggerito dalle idee che dimorano nella sua testa (date dalla sua storia, dalla cultura di appartenenza, dalle sue emozioni, …). Insomma uno ci vede quello che ci vuole vedere.
1 + 1 Evidentemente la sessuologa è una figura atipica, rara ed ambigua. Se ci vedi qualcosa di malevolo, allora forse sei tu che ce lo piazzi. Insomma, fatti due domande.
Ecco quindi che è nata una nuova rubrica! Intitolata ** DIARIO DI UNA SESSUOLOGA PERBENE **, sulla falsariga di un celebre libro e telefilm, cerca di rendere noto al pubblico che senza dubbio sono una professionista degna, ma spesso attorno a me le situazioni diventano inaspettate, a volte esilaranti, a volte deprimenti. Nonostante io cerchi sempre di rimanere salda… Inoltre così posso darvi la scusa per ficcanasare sulla mia vita professionale e capire che razza di mestiere è quello della sessuologa.
Questa rubrica è pubblicata sulla pagina facebook dello Studio, perché non voglio schiacciarvi di post pieni di stupidaggini della mia quotidiana lotta verso una moralità sessuale.
Eppure i post pubblicati fino ad ora hanno avuto un grande successo (a conferma di quanto pruriginosi voi siate: [ndr: ciao Alba!]), non solo dalla rete ma soprattutto dalle persone reali che incontro tutti i giorni e che hanno letto le mie ultime vicissitudini. “Ho saputo che…!” – segue commento. E’ questo quello che cerco: che di sessualità se ne parli, che di sessualità si discuta, si rifletta, si commenti.
Chissà che non si arrivi a sviluppare un pensiero simile a quello di Jung:
L’erotismo è in fondo una forza strapotente che, al pari della Natura, si lascia sopraffare e sfruttare come fosse impotente. Ma il trionfo sulla Natura si paga sempre molto caro. La Natura non ha bisogno di dichiarazioni di principio.